venerdì 7 settembre 2012

Ora si può puntare sulla crescita - Pier Paolo Baretta

Pier Paolo Baretta
Dopo la calda estate queste piogge ci annunciano che l’autunno incombe e l’agenda economica e sociale si infittisce di scadenze impegnative. I mesi che ci separano dal voto vanno, dunque, ben impiegati. Sia per accelerare le pratiche di questa troppo pesante e lunga crisi, sia per predisporre una competizione elettorale che delinei chiaramente le continuità e le discontinuità rispetto alla fase attuale.
Nella sua straordinaria complessità questa agenda autunnale è semplice.
Il governo, innanzi tutto, deve operare un salto di qualità nel suo operato.
I successi internazionali di Monti, che oltre al ritrovato rispetto ci consentono un dialogo fertile ed una tattica flessibile, non bastano. Bisogna trovare il bandolo del rapporto debito-crescita. Non ci sono solo i problemi oggettivi e i vincoli europei, che ben vediamo; c’è, anche, una differente impostazione, interna all’Esecutivo. Le discussioni non risolte tra Grilli e Passera sulle risorse da destinare alla crescita; quelle tra Fornero e Monti stesso su riduzione delle tasse sì o no, o quelle tra Giarda ed i vari ministeri sulla spending review, producono la frammentarietà e la aleatorietà che caratterizza gli ultimi provvedimenti estivi.
La soluzione non sta nel prevalere di uno sull’altro (anche perché, con questi chiari di luna economico finanziari, finisce per prevalere sempre Grilli!), ma nel dividere nettamente i vari capitoli di intervento, non considerandoli alternativi tra loro.
Il debito, innanzi tutto, che resta la drammatica priorità. Serve una una politica straordinaria e più coraggiosa. Il piano di dismissioni predisposto finora è modesto e non dà il senso dell’urgenza. Penso, invece, alla costituzione, ad esempio, di un grande fondo nel quale far confluire il patrimonio pubblico da gestire nel
mercato (molte idee sono circolate nei mesi scorsi e una proposta di legge è stata presentata nelle scorse settimane). Il solo annuncio di una decisione di questo tipo agirebbe da sasso nello stagno.
Un intervento di questo tenore sul debito, ancorché non risolutivo, oltre che rafforzare l’avanzo di bilancio, attenuerebbe la pressione che il “buco” esercita nello scoraggiare scelte espansive e consentirebbe di destinare alla crescita una parte importante di un piano di riduzione e riqualificazione della spesa più incisivo e selettivo.
Ho avuto l’impressione che la ambigua linea del governo sui tagli alla spesa derivasse dal fatto che un intervento mirato di contenimento (ad esempio, sulla sanità o sulla pubblica amministrazione) si scontrasse con vincoli politici del tipo di quelli sperimentati sulle farmacie, al momento di liberalizzarle. Il che, dunque, ha reso più facile tagliare i trasferimenti a tutti gli enti locali. Non è più il momento, nemmeno per Monti, di stare sul bilancino per il quale o scontenta tutti o non scontenta nessuno.
La parte di spending review da destinare alla ripresa (l’altra – diciamo la metà? – resta al debito) va, pur apprezzando il carnet predisposto dal governo, concentrata in pochi interventi.
Ne individuo due. Il primo: scardinare il patto di stabilità e liberare le risorse degli enti periferici per gestire i dissesti idrogeologici; fare la manutenzione straordinaria delle scuole e pagare i fornitori. Sono tutti interventi che incidono positivamente sulla crisi, sia in termini di lavoro, che di liquidità. Il secondo: ridurre, anche col concorso del ricavato della lotta alla evasione, il cuneo fiscale sul lavoro. Se è comprensibile la posizione di Monti sulla riduzione dell’Irpef, che, pur giusta, costerebbe troppo, in questo frangente, non lo è la ostinazione a non intervenire sulle tasse sul lavoro e l’impresa. Anche se di poco, sarebbe un segnale virtuoso. In questo momento non è importante quanto si riduce, ma se si imbocca quella strada. Dobbiamo favorire la fiducia degli investitori e dei consumatori.
Vi è, ancora, la questione lavoro. La disoccupazione è troppa e la precarietà non sembra diminuire. È indispensabile creare lavoro, non solo ammortizzatori. Il patto sociale che il governo farebbe bene a realizzare, a cominciare dall’incontro dell’11 con le parti sociali, superando le proprie resistenze anche culturali sulla concertazione) dovrebbe cimentarsi su ciò. La questione della produttività, di cui si parla, non può ridursi alla maggiore razionalizzazione delle risorse umane oggi occupate, bensì alla creazione di nuovo lavoro. In tal senso, i processi di riconversione produttiva e non solo la difesa del lavoro che c’è; l’incentivazione fiscale alla stabilizzazione della precarietà e all’avvio di infrastrutture, grandi o piccole, sono occasioni da non perdere.
Ovviamente, sono molte altre le questioni in campo (dalla delega fiscale al provvedimento Giavazzi, a tutte le tessere dei provvedimenti estivi), ma è necessario definire, prioritariamente, un’asse di intervento che ispiri l’intera manovra autunnale. Non dimentichiamo, infatti, che tra un mese ci sarà la legge di stabilità e che mai come quest’anno sarà la cartina di tornasole del gioco economico – e politico – che svilupperemo nel 2013.
Su questa impostazione va chiesto non solo al governo di aggiustare il tiro. Il problema si pone anche per il Pd. La semplice discussione tra adesione al governo o no è sterile ed insensata. La nostra forza, quella cioè di candidati principali al prossimo, imminente, governo del paese sta nell’indicare noi la rotta da seguire.
Se in questi primi lunghi mesi spettava a Monti dare le carte, ora spetta anche a noi. Lo possiamo fare perché assumiamo i problemi dell’emergenza e strutturali ed indichiamo le soluzioni. Solo così sconfiggeremo il tentativo, in atto, di cucirci addosso l’abito stretto degli indecisi e, dunque, di non offrire sufficienti garanzie per la prossima legislatura.

Nessun commento: