martedì 18 settembre 2012

Pd, c'è differenza tra primarie e barzellette - Cristoforo Boni su L'Unità

Il Partito democratico vuole primarie aperte. Ha deciso di tenerle aperte anche se più di una volta, in recenti esperienze, le poche regole hanno provocato qualche disastro. Ha deciso di fare primarie di coalizione per abbattere ogni barriera ai suoi confini anche se le primarie di coalizione non hanno uguali nel mondo finora conosciuto (e sono un’anomalia difficilmente spiegabile, come del resto il Porcellum). Ha deciso di sospendere una delle regole-chiave del proprio statuto, quella che impone la candidatura esclusiva del segretario (anch’esso scelto con le primarie), anche se nessuno ne ha contestato la ratio e difficilmente lo si potrà fare con argomenti coerenti.
In particolare Bersani intende evitare che la partecipazione ai gazebo sia rallentata da procedure e norme non condivise, perché se lo scopo è prendere di petto la sfiducia dei cittadini verso la politica o la crisi di legittimazione che rischia di travolgere le istituzioni, allora tanto vale rischiare tutto senza rete. E comunque il coraggio di affrontare una sfida così decisiva rinunciando ai vantaggi acquisiti potrebbe essere apprezzato dagli elettori.
C’è però un limite a tanta deregulation. Il limite è la percezione del ridicolo. Ed è un problema che riguarda tutto il Pd, non solo il segretario o chi gli sta attorno. Le primarie devono essere aperte, tuttavia deve essere netta anche la differenza tra le primarie e una fiera delle vanità, o una corrida di dilettanti allo sbaraglio. La posta in gioco delle primarie è la candidatura alla guida del Paese. Se al nastro di partenza si presenta una folla improbabile di concorrenti, a caccia dell’1% o poco più, l’effetto non sarà quello di una più democratica competizione, ma di un branco indisciplinato, popolato di tanti egoisti e di
narcisi.
La funzione politica e democratica delle primarie è quella di rafforzare la sintesi attorno al vincitore. Già nel 2005 l’allora Unione fece una tragica esperienza: Prodi stravinse, ma i cinque sfidanti cominciarono già nella campagna elettorale delle primarie a delimitare i loro territori e a porre le premesse della disfatta futura.
Sta al Pd e ai suoi alleati dimostrare di aver fatto tesoro della sconfitta dell’Unione. Sta a tutti i partecipanti dimostrare che dalle primarie si può uscire più uniti e credibili: dalla diversità può nascere una unità politica (magari una convergenza nello stesso partito).
Ma se accadrà il contrario, i primi a pagarne il prezzo saranno il vincitore e i cittadini che nelle primarie hanno riposto fiducia. Non è una questione di regole, ma di significato della politica. Il Pd ha deciso di rischiare tutto. E ha compiuto un atto coraggioso. Ora non può rischiare che le primarie diventino una barzelletta.

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