lunedì 3 settembre 2012

Primarie, non una rissa - Giorgio Merlo su Europa

Giorgio Merlo
Il Pd, dice qualcuno, è sinonimo di primarie. Se un giorno non ci fossero più le primarie il Pd, sempre secondo questa strampalata ma esistente tesi, cesserebbe d’incanto di esistere. E cioè, sostanzialmente un partito vittima e schiavo dei suoi cavilli regolamentari.
Ora, al di là di questa singolare e curiosa teoria, adesso però ci troviamo alle prese con le primarie volute dal vertice del Pd per scegliere il futuro candidato a premier dello schieramento riformista. Una scelta importante che sarà decisa da una consultazione popolare ancora tutta da definire nei dettagli regolamentari e statutari. Ma, senza soffermarsi su questi cavilli e sulle eterne regole che dominano larga parte del dibattito del Pd, credo sia utile affrontare un solo tema, apparentemente di metodo ma che diventa autenticamente di merito. 
E cioè, come saranno gestite e vissute queste primarie? Fuor di metafora, se queste primarie diventeranno lo strumento per veicolare una forte partecipazione popolare ricca di confronto politico e di approfondimento programmatico o se, al contrario, saranno solo un’occasione per scaraventarsi contro il segretario nazionale, delegittimando violentemente larga parte del gruppo dirigente per poi forse, e quasi sicuramente, ritorcersi contro la stessa credibilità del partito nel suo complesso.
Insomma, un tutti contro tutti all’insegna della distruzione dell’avversario-competitore e della delegittimazione politica e morale dell’antagonista. Che, come tutti sanno, sarebbe il segretario nazionale. Le avvisaglie si sono già fatte sentire. E la campagna elettorale per queste primarie cosiddette interne
deve ancora decollare. Ora, nessuno vuole mettere in dubbio questo strumento burocratico e regolamentare. Sarebbe, anche solo pensarlo, quasi un delitto in questo clima. Però, per un partito che non pratica – a differenza dei Grillo, dei Di Pietro e dei Ferrero eccetera – l’insulto e la diffamazione come regola di confronto e prassi abituale di rapporto con altri soggetti politici e i singoli esponenti, porsi il problema di come condurre questa singolare campagna elettorale è semplicemente doveroso nonché necessario.
Se, infatti, come già sta emergendo e come era del tutto scontato, il sindaco di Firenze sventolando ad ogni ora la carta di identità attacca quotidianamente il segretario nazionale, larga parte del gruppo dirigente e fa del grillismo educato la ragion d’essere della sua campagna elettorale, come ci si deve reagire? Applaudendo? Fingendo che tutto va bene madama la marchesa? Non replicare per evitare scontri politici imbarazzanti se non grotteschi? Tutti sappiamo, del resto, che la valenza programmatica e di contenuto – come, mi pare, vorrebbe Bersani – è quasi impossibile in un contesto mediatico dominato dalla spettacolarizzazione, dalla voglia di demolire l’avversario, dalla determinazione della conquista del potere a tutti i costi. 
Altroché la “bella politica” e la “grande politica”. Il tutto si riduce, molto più semplicemente, a una normale contesa di potere con l’aggiunta che la vittoria – basta ascoltare i ragionamenti che circolano nello staff del sindaco di Firenze – è possibile solo e soltanto attraverso la ridicolizzazione e la demolizione dell’antagonista. Che, nel caso specifico, è anche il segretario nazionale del partito. Certo, il tutto ammantato da nobili principi di rinnovamento, di cambiamento e di innovazione della politica. Ma tant’è.
Ecco quindi la domanda centrale a cui va data una risposta non accademica o formale ma politica e, soprattutto, sul piano del comportamento. E cioè, primarie per confrontarsi e per allargare il consenso o primarie per demolire e delegittimare? A seconda della strada che si sceglie, si capirà se il Pd si rafforza politicamente ed elettoralmente o se è destinato ad implodere con altrettanta rapidità.

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