martedì 25 settembre 2012

Primarie, sfida sulle regole Bersani: solo votanti certificati - Goffredo De Marchis su Repubblica

Non sarà un albo degli elettori e verranno tutelati i dati sensibili. Ma Pier Luigi Bersani pensa comunque di utilizzare i nomi dei cittadini che parteciperanno alle primarie. Probabilmente in calce a un appello che sarà utilizzato nella campagna per le politiche. Un manifesto per far votare il centrosinistra: milioni di firme che danno forza alla candidatura del Pd e dei suoi alleati per Palazzo Chigi. Niente date di nascita, mail, indirizzi. Ma nomi e cognomi sì. E se Matteo Renzi, com’è successo negli ultimi giorni, alimenterà una lite sulle regole denunciando ostacoli, barriere e censure al libero voto, gli uomini del segretario sono pronti a sbandierare il regolamento della sfida che proiettò il rottamatore sulla poltrona di sindaco di Firenze. 
Articolo 4 dello statuto per le primarie fiorentine: «I cittadini accettano di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori del centrosinista fiorentino ». Pubblico è la parola-chiave.
Per il momento la partita delle regole viene giocata dagli ambasciatori degli sfidanti davanti a un caffè o con lunghe telefonate che attraversano l’Italia. Protagonisti delle chiacchierate: il braccio destro bersaniano Maurizio Migliavacca, il responsabile dell’organizzazione del Pd Nico Stumpo, il coordinatore renziano Roberto Reggi. Per dire, il prossimo incontro è fissato giovedì, al bar dietro la sede del Pd. Ma la tensione rimane alta. C’è il pericolo di un’infiltrazione di “Batman”, ossia di gruppi organizzati da personaggi come Franco Fiorito, è stato l’avvertimento del segretario del Pd. Mentre l’idea che le primarie siano lo strumento di riconciliazione della politica con la società significa anche il coinvolgimento diretto degli elettori. L’appello al quale pensa Bersani è un modo per dimostrare la forza del centrosinistra, la sua
popolarità contrapposta al populismo. Reggi però contesta la pubblicazione dei nomi: «Non si è mai fatto ed è la maniera migliore per disincentivare le persone perbene. I mascalzoni vanno a inquinare il voto anche se gli pubblichi il nome. I cittadini normali no».
Reggi ricorda che le primarie aperte hanno avuto dei problemi, ma dove la partecipazione è stata ampia i mestatori non hanno influito, sono scomparsi nella massa degli elettori in buona fede. È successo quasi dappertutto (con l’eccezione clamorosa di Napoli che affossò il Pd). Su questo crinale lo scontro contiene in sé tutte le premesse per esplodere. Il doppio turno, che Bersani vuole e che Renzi respinge, non è altrettanto dirompente. Nello stesso regolamento fiorentino era previsto e controfirmato
dal futuro sindaco che poi vinse al primo turno scavalcando la soglia del 40 per cento. Ma la pubblicazione rappresenta un discrimine fondamentale: se il voto di opinione compreso quello dei “delusi del Pdl” si spaventa per la diffusione delle liste e rimane a casa, il primo cittadino verrà penalizzato. Non per caso gli sfidanti compulsano ogni giorno sondaggi che offrono una doppia lettura: quella sul voto di una platea ampia e quella sui votanti del centrosinistra. In tutte le ricerche Bersani è avanti, ma lo è di più nella seconda tabella.
Renzi continua ad agitare polemicamente il doppio turno per denunciare il pericolo di «accordi nei ballottaggi». Annuncia che lui non farà apparentamenti in caso di ballottaggio. Ma il punto resta quello dell’albo o dell’appello. Bersani mantiene la linea del mutismo sulla sfida per la premiership. Prepara la sua campagna a partire dal 6 ottobre quando si riunirà l’assemblea del Pd. E a differenza di Renzi mantiene fede a un patto di coalizione con Nichi Vendola: l’alleanza non si discute. Come conferma Rosy Bindi, ancora una volta bersaglio di Renzi: «Il sindaco deve capire che queste non sono primarie di partito. Anche se vince non sarà lui a decidere in casa Pd, sia sul programma, sia sulle alleanze. Non diventa né segretario né presidente fino al congresso». E la Bindi rimbecca Renzi anche sui mandati nella Dc: «Non ho mai detto a De Mita che si doveva fare da parte perché era vecchio. La regola dei mandati in quel partito non è mai esistita. Quando parla di me Renzi dovrebbe documentarsi meglio».

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