martedì 18 settembre 2012

Regione Lazio, proclami e sceneggiate ma nessuno ha pagato il conto - Sergio Rizzo su Corriere della Sera

Renata Polverini
Su cinquanta milioni, di questi tempi, non si può sputare. Ma se la sono cavata davvero a buon mercato, tutti quanti. Perché quei soldi che verranno risparmiati da qui al 2015, tagliando sprechi inconcepibili come quelle due inutili palazzine che dovevano essere costruite, regalie vergognose quali erano i contributi ai gruppi politici, e privilegi insensati tipo le auto blu che scarrozzavano perfino i presidenti delle venti commissioni venti, non sono loro: sono dei contribuenti. E nessuno, ma proprio nessuno, si è fatto male. Ecco la vera conclusione della sceneggiata andata in onda ieri al consiglio regionale del Lazio.
Ha conservato la testa il capogruppo del Popolo della libertà Francesco Battistoni. Non l'ha perduta nemmeno il presidente del consiglio regionale Mario Abbruzzese, che in un altro Paese in circostanze analoghe (vedi la vicende delle note spese gonfiate nel parlamento inglese) sarebbe partito come il tappo di una di quelle bottiglie di champagne con cui alcuni suoi compagni di partito deliziavano a spese nostre se stessi e i loro commensali. Come al solito, non c'è stato uno soltanto che abbia pagato politicamente. Tranne forse Franco Fiorito, quello che con i soldi pubblici generosamente elargiti al suo partito si era comprato un Suv Bmw da 88 mila euro perché l'auto blu non gli bastava. Sempre che poi si possa considerare una vera sanzione politica l'«autosospensione» dal partito, rimanendo in consiglio con la sua stazza da 170 chili tutta intera. Se la vedrà con i magistrati, ma questo riguarda il codice penale, non l'etica politica. Che da queste parti non abbonda di certo.
E anche il governatore Renata Polverini, che domenica tuonava «Dopo di me il Diluvio!» e chiedeva dimissioni a Tizio e Caio, minacciando le proprie, ne è uscita senza un graffio. Come se in questi due anni e mezzo, mentre andavano in orbita le spese del consiglio regionale del quale pure la
presidente della giunta fa parte, e che sono registrate nel bilancio della Regione, si trovasse su Marte. Giuseppe Rossodivita, uno dei due radicali che hanno dato fuoco alle polveri semplicemente pubblicando il bilancio del loro gruppuscolo su internet, ricorda come l'assessore al Bilancio Stefano Cetica avesse dato sempre «parere negativo» a tutte le proposte di tagli alle spese del consiglio presentate da lui e Rocco Berardo. «Se non è responsabilità oggettiva, questa cos'è?», si domanda. Per non parlare di quella norma inguardabile fatta passare mentre si discuteva l'abolizione degli assegni a vita per i consiglieri a partire dalla prossima legislatura.
Un emendamento recapitato direttamente dalla giunta Polverini per concedere invece proprio in extremis il vitalizio ai 14 assessori esterni. Due dei quali, l'ex senatore Luciano Ciocchetti e l'ex deputato Teodoro «er pecora» Buontempo potranno avere addirittura doppia razione, sommando il vitalizio parlamentare a quello regionale. E avveniva, cosa ancora più grave, alle due e mezzo di notte, nei giorni in cui il governo di Mario Monti varava la manovra «salva Italia» con un bel giro di vite per i pensionati presenti e futuri, ma comuni mortali.
Spreco, privilegio, chiamatelo come vi pare: comunque, una schifezza. A beneficio, per di più, anche di qualche collega sindacalista del governatore. Che, ha lasciato intendere qualche mese fa Enrico Marro sul Corriere, continuerebbe da lontano a tirare le fila dell'Ugl. Cetica, appunto, che ha preceduto Renata Polverini alla segreteria della ex Cisnal. E l'assessore regionale alle Infrastrutture Giovanni Zoroddu. Due del gruppo di esponenti del Consiglio nazionale del sindacato di destra che da quando c'è il governatore affolla la Pisana. «Personaggi importanti», ha scritto Marro, come «Giovanni Zoroddu, capo di gabinetto della stessa Polverini e da sempre braccio destro della sindacalista» i quali «possono rivestire questo doppio ruolo perché nello statuto dell'Ugl non ci sono regole di incompatibilità tra l'appartenere al consiglio nazionale del sindacato e il ricoprire cariche elettive o dirigenziali in Regione». Anche se poi si finisce per essere di fatto controparte dei lavoratori. Particolarmente numerosi.
Secondo la pianta organica dovrebbero essere 3.726, quanti quelli della Lombardia, Regione che ha però il 43 per cento degli abitanti in più. Ma in realtà, come si deduce dal numero degli aventi diritto a votare i loro rappresentanti nelle Rsu, sono 3.954. Fra di loro, qualcosa come 868 addetti «ai parchi» insieme a 60 dirigenti. Già, i dirigenti. Oggi dovrebbero essere 319. Moltissimi, lamenta Roberta Bernardeschi, assunti dall'esterno. La segretaria del sindacato interno dei dirigenti e dei quadri sottolinea poi che all'inizio di agosto è comparsa una delibera che porta il numero delle caselle dirigenziali a 327. E non basta, perché c'è anche Lazio Service. Di che cosa si tratta? Una delle varie società regionali, creata anni fa con uno scopo evidente: aggirare il blocco del turnover. Infatti i suoi dipendenti lavorano per la Regione esattamente come gli altri. Sono un esercito in continua espansione. Alla fine del 2009, prima che arrivasse la giunta Polverini, erano 1.170. Un anno dopo, erano 1.370: duecento in più. E mancano ancora i consulenti (270), gli occupanti delle poltrone nelle varie società (230), nonché i dipendenti delle medesime.
Una seria spending review darebbe risultati strabilianti. In questa come in tutte le altre Regioni, statene certi. Perché una cosa comincia finalmente a essere chiara. E cioè che le Regioni sono un problema grosso come una casa, dal Nord al Sud. Hanno spesso classi politiche sempre più mediocri, amministrazioni sempre più scadenti, sprechi allucinanti. Negli ultimi dieci anni la spesa pubblica regionale è aumentata di 90 miliardi l'anno. Quanto può ancora andare avanti?

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