mercoledì 26 settembre 2012

Renzi, la sfida utile - Claudio Lodici su Europa

L’Italia ha bisogno di una forza riformatrice di massa che punti a ottenere la maggioranza su un’agenda di governo realistica e solida. Il Pd è sembrato sul punto di produrre una svolta nell’equilibrio politico del paese, ma c’è il rischio che gli sforzi vengano vanificati: le divisioni riemergono e il tentativo di creare un’agenda adeguata sembra lasciare il posto a posizioni antiche e vecchie appartenenze. Occorre capire se sia possibile riaprire una finestra di opportunità o se anche questo tentativo sia fallito e debba essere archiviato fra le tante occasioni perdute dalla sinistra. Le primarie possono essere l’occasione da non perdere per individuare il profilo dello schieramento di centrosinistra che si propone alla guida del paese. 
La candidatura di Matteo Renzi è utile al Pd, cui serve un dibattito vero sull’idea di paese nei prossimi dieci anni, non vecchi tatticismi di convenienza. Bisogna chiedersi quali siano i termini di una politica progressista nel nuovo scenario economico globale. I dati relativi alle società occidentali dimostrano che dal 2000 in poi si è creata un’inversione e che la prosperità a lungo termine è in pericolo, perché la classe media si sta impoverendo e i ricchi sono ormai a distanze siderali. Ci troviamo nel pieno di una grande recessione che somiglia a una grande depressione senza una teoria economica e senza pensiero politico adatti ai problemi del XXI secolo. La stagnazione e la contrazione della classe media riguarda direttamente la società: proprio l’indebolimento del ceto che costituisce l’asse portante della società democratica e l’accresciuto divario fra i redditi ci hanno portato alla recessione e ci impediscono di
uscirne.
Per questo serve inventare una filosofia pubblica capace di raccogliere forza politica, partendo da una “critica dell’élite” e sostenuta dalla convinzione che occorra rovesciare l’assioma del decennio passato: che “liberi mercati e stato minimo” sono la panacea di tutti i mali sociali. La recessione e la crisi dell’euro sono anzi il prodotto di un capitalismo finanziario regolato poco e male. Piuttosto occorre governare le nuove tecnologie e mettere mano a una riforma del vecchio stato sociale attraverso una nuova narrazione politica che sostenga una migliore distribuzione delle risorse e indichi una via realistica per porre fine al dominio della politica da parte dei gruppi di interesse. Esiste un serio problema di leadership, dal momento che il processo democratico tende a essere dominato da gruppi organizzati molto bene ma non rappresentativi dell’interesse generale. 
È stato ed è tuttora il problema dei paesi non virtuosi dell’area dell’euro: farmacisti, medici, avvocati, tassisti, pescatori e qualsiasi gruppo strutturatosi in corporazione chiusa i cui obiettivi si possono sintetizzare nel controllo dei prezzi e nell’aggiramento degli obblighi fiscali. Alcuni si sono arricchiti, ma la bancarotta è diventata una minaccia. Nella maggior parte dei paesi occidentali, abbiamo assistito a un altro fenomeno preoccupante: il fallimento della politica e la sua capitolazione all’economia. Ciò ha condotto al tramonto dell’idealismo della sinistra e alla sua incapacità di contrapporsi al populismo della destra. Se non si riuscirà a porre rimedio a questa anomalia, salari stagnanti e crescenti disuguaglianze rischieranno di minacciare la stabilità delle democrazie liberali contemporanee per spodestare il modello democratico. La politica può rivendicare un ruolo decisivo di indirizzo degli eventi con una nuova filosofia che descriva realisticamente un tragitto nella direzione di una sana società fondata sulla classe media e di una robusta democrazia. Ma dovrà rinunciare a postulati anacronistici e trovare risposte originali.
Qualcuno potrebbe pensare che il seme di questo movimento sia in Occupy Wall Street e nei suoi omologhi ma non è così. Il postmodernismo della sinistra globale e anticapitalista ha minato la stessa credibilità della sinistra come voce della maggioranza della gente che si sente tradita dall’élite. La sinistra deve intraprendere un tragitto post-nazionale senza prescindere dai sentimenti nazionali: una critica del dogma capitalista contemporaneo – l’economia finanziaria priva di regolazione – che non si accontenta di protestare a Zuccotti Park o a San Giovanni, ma si pone come obiettivo la definizione di una lettura politica dominante per il futuro. Significa articolare una nuova visione di ordine economico diverso dal ritorno alla vecchia formula del ricorso alla spesa pubblica, delle ingombranti burocrazie statali, della consultazione permanente con i sindacati, delle battaglie per posti di lavoro fiscalmente insostenibili. Occorre l’offerta di una filosofia politica ed economica capace di confutare i dogmi della socialdemocrazia e di indicare nuove soluzioni per le imprese, il mercato del lavoro e l’impianto del welfare. Non mettere in discussione il capitalismo, ma comprendere meglio i fenomeni della crescita e dello sviluppo nelle società moderne, dove una combinazione di fattori minaccia il progresso e la tenuta sociale. Il problema è che la sinistra tradizionale continua a inquadrare il dibattito nell’ambito della povertà invece che nella mobilità sociale, alimentando una discussione sul problema, non sull’obiettivo: dunque, è necessario riconoscere che la mobilità sociale rappresenta la strada per uscire dalla povertà.
Il welfare va assicurato, ma ridisegnato nella sua efficienza. Tuttavia, la coesione sociale ha soprattutto bisogno di una diffusione del benessere che solo una forte mobilità può assicurare. Per questo vanno rimossi gli ostacoli, premiati i meritevoli, rimesso in moto l’ascensore sociale. E, poiché la conoscenza rappresenta la ricchezza del secolo, l’istruzione diventa il veicolo di affermazione individuale. Il che va tradotto nel potenziamento del sistema educativo. In questo contesto, il problema sociale rilevante è garantire sufficiente sicurezza all’individuo: salute, vecchiaia, non autosufficienza, regolazione di attività rispetto alle quali i singoli non sono in grado di esercitare un controllo sufficiente (alimenti, farmaci, privacy, ambiente). Ovviamente i valori progressisti debbono essere conservati. Ma la loro realizzazione, in un mondo segnato dalle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione, richiede riforme strutturali che riducano l’incertezza e favoriscano la crescita economica. Gli obiettivi di fondo restano la capacità di autodeterminazione degli individui, la loro cittadinanza attiva nella comunità in cui vivono, la funzione vitale di un’economia di mercato regolata, l’equilibrio fra stato, mercato e società civile.
Per questo servono impostazioni nuove, anche nel linguaggio, non sterili narrazioni che coprano visioni antagoniste e tentazioni neostataliste. Bisogna spostare l’attenzione dal concetto di protezione a quello di opportunità, dal diritto al merito. Chi lo farà avrà la possibilità di raccogliere consensi più ampi dell’ambito ristretto della sinistra. E la leadership anche culturale che gli consentirà di governare.
In questo senso, se il cammino di Renzi riuscirà a contribuire alla ristrutturazione di un sistema politico ormai disfunzionale, dovranno rallegrarsi anche coloro che oggi lo contestano.

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