martedì 18 settembre 2012

Renzi, torto e ragione - Marco Follini su Europa

Marco Follini
Riconosco a Renzi e alle prime battute della sua campagna elettorale un merito e un limite. Il merito sta nell’aver annunciato la sua intenzione strategica di strappare voti al centrodestra. Non è la richiesta di un aiuto improprio, né il segnale di un animo ballerino o di una fede politica ambigua. Sbaglia chi gli dà la croce addosso, quasi insinuando che possa avere instaurato un rapporto improprio con i nostri avversari politici. Al contrario. Come ha giustamente osservato Giorgio Tonini su Europa, qui sta il cuore della contesa. E anche il cuore del nostro stesso progetto politico.
Un partito che avesse rinunciato a strappare consensi all’altra metà del campo politico avrebbe perso la sua spinta propulsiva. (In quell’ingannevole gioco di specchi che è diventata ormai la politica italiana lo stesso apprezzamento di Berlusconi per Renzi suona più come la conferma di un timore che come la manifestazione di un’affinità. Una polpetta avvelenata, insomma).
Di più. Lo smarrimento del mondo di Berlusconi, il ripiegamento dei gloriosi vessilli della rivoluzione liberale, il mancato scioglimento dei nodi che erano stati affidati a suo tempo alle cure del centrodestra, tutto questo dovrebbe spingere proprio noi, il Pd, a farci carico della crisi altrui e ad offrire una prospettiva a tutti quegli italiani, non propriamente socialisti, che considerano – per esempio – insopportabile il peso del fisco o drammaticamente lenta l’azione della giustizia civile. Non si tratta di somigliare agli altri. Semmai, di togliere qualche freccia dal loro arco.
Il limite sta invece, secondo me, nella sua irrisione del ’68. Un limite culturale, se così posso dire. Chi scrive era democristiano allora, e forse tale è rimasto. C’erano molte cose di quel movimento che non mi piacevano. E considero uno dei fattori di crisi del nostro paese il fatto che tutto questo si sia trascinato troppo a lungo. Le altre democrazie hanno dato un esito ai movimenti di contestazione. Noi ci
siamo baloccati con i suoi residui per molti anni, e per giunta abbiamo dovuto fare i conti (conti drammatici, alle volte) con le sue schegge impazzite.
E però, anche senza essere mai stato un sessantottino riconosco a quelle aspirazioni, a quelle inquietudini, a quei sommovimenti il significato di una ricerca di libertà che fa tutt’uno con la storia della nostra democrazia. Eravamo un paese fragile, e tuttavia avventuroso. E il nostro sistema politico si sviluppava per progressivi ampliamenti della sua base. Il protagonismo disordinato e non sempre condivisibile dei giovani, delle donne, dei lavoratori era per così dire, come ci ha insegnato Moro, una parte fondamentale del compimento della nostra democrazia.
Che Renzi salti questo passaggio a piè pari e parli del ’68 con l’alterigia di Sarkozy indica – almeno dal mio punto di vista – una cultura storica troppo nuovista. Cosa che avrebbe fatto di lui un sessantottino ai miei tempi, e ne fa un antisessantottino ora che la moda si è girata dall’altra parte.
Sono solo due esempi, quel merito e quel limite. Solo due, ma significativi. Da un lato, danno conto dello spirito innovativo che lo muove. Dall’altro segnalano che troppe volte quello spirito si perde poi in una nuvola di conformismo. Sembra tutto troppo facile per essere davvero convincente fino in fondo. Da parte mia, continuerò a non votarlo. E continuerò ad ascoltarlo con molta curiosità.

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