venerdì 21 settembre 2012

Se crescere è antieconomico - Alexander Stille su Repubblica

«La crescita è la causa della crisi che stiamo vivendo e quindi non può essere la soluzione», scrive Maurizio Palante, saggista e leader del gruppo Movimento per la Decrescita Felice, citato con approvazione del blog di Beppe Grillo. Il governo di Mario Monti punta sulla crescita ma in certi settori la crescita sta diventando una parolaccia. «La crescita è diventata antieconomica», sostiene Richard Heinberg, l’autore di The end of growth: adapting to our new economic reality, intervistato sul popolare sito di sinistra americano TruthDig. «Crescita ora significa più debito, più inquinamento, perdita accelerata di biodiversità e destabilizzazione dell’ambiente, (…) questa crisi porta ad un cambiamento irreversibile per la civiltà stessa. Non lo possiamo impedire, possiamo solo decidere se ci adattiamo o meno», continua Heinberg. Anche nel mondo di economisti seri l’ossessione per la crescita ha dei critici importanti.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz sostiene che abbiamo delle priorità distorte grazie al Pil, l’indice che usiamo per misurare la crescita. Spiega Stiglitz che il Pil misura qualsiasi attività in cui c’è scambio di denaro, senza tener conto del valore o disvalore per la società. Per esempio un terremoto come quello provocato dallo tsunami in Giappone l’anno scorso può risultare un rialzo del Pil grazie ai lavori di recupero, ma chiaramente la società starebbe meglio se il terremoto tsunami non ci fosse mai stato. Aggiungiamo qualcosa al Pil se paghiamo una babysitter per badare ai nostri figli, mentre il Pil rimane fermo se restiamo a casa noi stessi: ma anche la seconda opzione aggiunge valore alla società, anzi forse qualcosa in più della prima. Arrivare però a dire che la crescita in se è un male è assai discutibile.
La crescita del Pil è stata accompagnata negli ultimi due secoli da tutta un’altra serie di acquisizioni che riteniamo positive: educazione pubblica, sanità pubblica, il prolungamento della vita, la diminuzione della
giornata lavorativa, e la protezione dell’ambiente.
Viceversa, come ha dimostrato l’economista di Harvard Benjamin Friedman nel suo libro recente intitolato The moral consequences of growth, la mancanza di crescita economica ha in genere stimolato movimenti di xenofobia, risentimenti sociali e svolte radicali a destra: caso classico la crescita del nazismo dopo il crollo del 1929, ma anche, seppur in chiave minore, l’espandersi di movimenti xenofobi dell’Europa attuale. Nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, con tassi di crescita del 4 o 5 per cento all’anno, i benefici del welfare sono stati distribuiti all’intera popolazione, mentre negli ultimi vent’anni più magri, cresce il risentimento verso immigrati e nel caso italiano verso il Sud.
Quasi tutti quelli che criticano la crescita vorrebbero un mondo più giusto e più equo, ma la relativa stagnazione delle economie mature del mondo (Europa, Giappone, Stati Uniti) può essere un fattore nella crescente disuguaglianza economica in questi stessi paesi. Così sostiene una ricerca scientifica molto interessante dell’economista francese Thomas Piketty, che ha fatto alcuni tra gli studi più importanti sulla disuguaglianza economica. Piketty ha studiato l’economia francese dal 1815 al presente, e dimostra che nel secolo dal 1815 alla prima guerra mondiale l’economia francese ha avuto due caratteristiche salienti: un tasso di crescita di circa l’un per cento annuale, e un’economia molto stratificata, dove il denaro passato in eredità rappresentava quasi il 20% del Pil nazionale.
In questo secondo Ancien Regime, vivere sull’eredità rendeva il 2-3% all’anno, mentre l’economia nel suo insieme cresceva solo dell’1 per cento, per cui chi già nasceva con proprietà veniva premiato. La situazione cambia nel periodo della prima guerra mondiale quando l’apertura del sistema politico e la crescita economica porta a un benessere più diffuso. Dopo la seconda guerra mondiale, la Francia arriva a una crescita annuale del 4-5% e l’eredità costituisce soltanto il 5% del Pil. Ma adesso sta risalendo a circa il 12%, creando il sospetto che l’attuale lenta crescita dell’economia francese ci stia riportando a una società di nuovo più stratificata.
Può essere vero che le risorse del nostro pianeta non permettono crescita all’infinito, certamente non l’uso dei carboni fossili, ed è anche possibile che le economie più avanzate non possano più tornare ai tassi di crescita che hanno accompagnato la ripresa dell’ultima guerra mondiale, ma un mondo senza crescita può anche rivelarsi un mondo più brutto, e più disuguale, dove i vari soggetti politici si combattono per risorse limitate e i più ricchi si proteggono come meglio possono.
Sia Stiglitz sia Piketty sostengono che per adattarsi ad un’economia di bassa crescita ci vuole un cambiamento psicologico e culturale. «I paesi Scandinavi,» mi ha detto Stiglitz in un’intervista recente, «sono i tra i paesi che crescono di più e che hanno la maggior equità sociale ed economica, mentre il Giappone ha subito deflazione per circa vent’anni, pur mantenendo un buon livello di tenore di vita e di uguaglianza economica».
«Dobbiamo accettare che gli anni dopo la seconda guerra mondiale erano forse l’eccezione e che un’economia che cresce dell’uno per cento l’anno sia forse la norma» sostiene Piketty. «Il problema dell’ossessione con la crescita è che serve come pretesto a trascurare problemi di sanità, educazione e ridistribuzione di risorse, e dimentichiamo che per secoli la crescita è stata essenzialmente zero. C’è ancora molto che possiamo fare ».

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