mercoledì 12 settembre 2012

Se le primarie indeboliscono il Pd - Enrico Farinone su Europa

Enrico Farinone (PD)
Non mi pare si stia adeguatamente riflettendo sulle conseguenze che potrebbero derivare al Pd dalle primarie per la presidenza del consiglio, se dovessero effettivamente svolgersi. Dico “se” perché francamente hanno un senso in un contesto di legge elettorale che premia la coalizione ma al contrario non ne hanno se il premio di maggioranza va al partito risultato primo. Hanno un senso se la campagna elettorale è incentrata su un leader candidato a palazzo Chigi, molto meno se la legge elettorale è di impianto proporzionale e tende a demandare a un accordo fra i partiti successivo al voto la scelta del primo ministro. Non sapendo, a oggi, quale sarà la normativa l’avvio delle primarie del centrosinistra mi sembra un tantino avventato.
Ma la questione principale è un’altra e riguarda il futuro del Partito democratico (dei partiti in generale, perché è chiaro che oggi l’unico partito organizzato è il Pd, e un suo eventuale fallimento segnerebbe probabilmente la fine – almeno per questa fase – dell’esperienza-partito in Italia). Non voglio entrare, in questa sede, nel merito della contesa fra Bersani e Renzi. Desidero piuttosto rilevare come potrebbe demolire l’idea stessa di partito che sta alla base del Pd. In questo caso non voglio parlare, come ho fatto più volte, dello iato che c’è fra l’impostazione originale del Pd e la sua declinazione attuale. Mi preme svolgere un’altra considerazione: e cioè che se in una elezione primaria di coalizione un partito presenta due o più candidati interni (ovvero tesserati al partito medesimo) pone le premesse per il suo possibile dissolvimento. Mi spiego.
Un partito politico è una comunità di esseri umani tenuti insieme da un vincolo d’appartenenza derivante da alcuni valori e ideali sui quali il partito si fonda. Questa, almeno, è l’idea originaria della formapartito per come si è strutturata in Europa nel secolo scorso. Ora, è vero che tutto sta cambiando e che una progressiva “americanizzazione” dei partiti – impostazione leaderistica, strutture leggere, differenziazioni
regionali – è a fondamento delle forze politiche sorte nella Seconda repubblica. Ma è anche vero che il Pd , fin dal nome, ha inteso sin dal suo sorgere essere un “partito”, dotato cioè di un vincolo identitario e di appartenenza solidale derivante dalle formazioni storiche, dalle loro culture politiche, che lo hanno generato. Lo stesso partito “veltroniano”, nella sua breve esperienza, ha certamente evocato un’idea affatto legata a burocrazie interne e a rigidi riferimenti storicopolitici ma non per questo ha mai posto in dubbio l’esigenza di dare al Pd un’identità, ancorché innovativa rispetto al passato, e un’organizzazione, ancorché più moderna e meno pesante. Carta dei valori e Statuto consegnavano l’idea di un partito politico vero. Oserei dire “di massa”, come si sosteneva una volta, nel senso di un partito con una base ampia di militanza e una vasta base elettorale sulle quali innervare un ancora più largo spettro partecipativo garantito dalle primarie, strumento teso a collegare più che nel passato e con una certa periodicità, oltre che con poteri effettivi (la elezione del segretario nazionale), i cittadini esterni al partito con la dirigenza del partito medesimo.
L’idea del Pd era, pertanto, di un innesto innovativo (le primarie) su un tessuto tradizionale (l’organizzazione) che avrebbe definito la nuova conformazione di un partito più collegato con la società italiana ma per nulla rinunciatario rispetto alle prerogative costituzionali di un partito, forma associativa imperniata intorno a un’idea di società da promuovere e per la quale impegnarsi. Con Bersani questo concetto è stato ulteriormente rafforzato, magari un po’ troppo, nel senso che il partito è divenuto addirittura “la ditta” e la struttura burocratica non si è alleggerita come avrebbe dovuto. A maggior ragione, quindi, il partito, anche senza volerlo trasformare in ditta, deve svolgere una seria e non superficiale riflessione sulle primarie.
Perché se da un lato per il Pd esse rappresentano un tratto costitutivo dall’altro esse vanno interpretate, perché non tutte le primarie sono uguali.
Le primarie di partito per l’elezione del segretario sono una cosa. Quelle per la candidatura alla premiership sono un’altra. Con le prime si sceglie chi guiderà il partito. Con le seconde chi sarà il front runner della battaglia elettorale contro lo schieramento politico avversario. Le prime, ancorché aperte a tutti i cittadini, sono interne, riguardano cioè solo il Pd. Le seconde ineriscono il governo della repubblica e riguardano tutta la coalizione di centrosinistra, comunque si configuri. Alle prime competono tutti gli iscritti del Pd che lo desiderano. Alle seconde un partito, se vuole rimanere tale, ha il dovere di competere con un solo candidato, che si confronta con i candidati degli altri partiti della coalizione e con gli eventuali esponenti della società civile esterna ma non ostile ai partiti che dovessero partecipare. Se il candidato è il segretario, ovvero il suo massimo e più autorevole rappresentante pro-tempore, meglio.
La competizione delle primarie reca in sé l’idea dello scontro, non solo del confronto. E questo senza voler richiamare l’esempio di chi le primarie le ha inventate, ovvero gli americani. Sappiamo bene che negli Usa la lotta è senza esclusione di colpi. È facile immaginare che, nella tensione della contesa, qualche colpo basso potrebbe partire anche da noi. Inevitabilmente utilizzato, poi, dalla parte avversa. Ora, nel libero confronto politico interno si può essere con piena legittimità avversari del segretario del partito. Lo si può essere stati nel congresso che lo ha eletto e ci si può organizzare per sconfiggerlo, lui o i suoi eredi, al congresso successivo. Con le primarie o senza le primarie. Ma nel momento in cui il segretario del partito del quale si è membri attivi, iscritti, è il candidato alla premiership e chiede il voto oltre che per sé anche per il partito delle due l’una: o si fa altrettanto o si abbandona il partito e si straccia la tessera. Quando c’è un confronto esterno la fedeltà di partito è un obbligo, per chi vuole (non glielo ordina nessuno!) essere membro di un partito.
Sarebbe bene che su questo punto si svolgesse una riflessione non superficiale, insisto. Al momento non c’è stata. E nel frattempo le danze sono già cominciate. Abbiamo visto come. V’è chi sostiene che queste primarie alla fine rafforzeranno il Pd. Spero che costoro abbiano ragione. Io, però, credo il contrario: che lo indeboliranno non poco.

Nessun commento: