giovedì 13 settembre 2012

Se vince Matteo. Il grande timore di una possibile implosione del Pd - Mario Lavia e Rudy Francesco Calvo su Europa

Ci sono circostanze, nella storia, nella quali il vento soffia talmente impetuosamente che pare non lo si possa fermare. Nel Pd, questo è il vento di Matteo Renzi. Nel bene e nel male. «Il gruppo dirigente farebbe malissimo a chiudersi, rischia di finire come i dirigenti dell’Est prima dell’Ottantanove», sospira un dirigente che di cambiamenti ne ha vissuti tanti e che alle primarie voterà per Bersani.
Il clima è pesante. Per dire, l’assemblea nazionale che deve stabilire le regole delle primarie non è stata fissata: alla riunione dei segretari regionali si era ipotizzata la data del 6 ottobre, ma la situazione – anche a livello generale – forse consiglia uno slittamento.
La certezza – spiega un esponente di Areadem – è che un’eventuale vittoria del sindaco fiorentino rappresenti «uno choc» che determinerebbe conseguenze laceranti. Un terremoto nel gruppo dirigente centrale. Forse la fine dello stesso progetto- Pd. Forse questo vuole dire Rosy Bindi quando paventa il rischio che «si torni a Ds e Margherita».
Ora, è chiaro che nessun dirigente dice apertamente che lascerebbe il partito ma è assai probabile che questo avverrebbe.
Marco Follini è più freddo: «Premesso che penso che Renzi non vincerà, se vince sarà un problema suo quello di gestire una situazione molto impegnativa. Si sentirà meno giovane...».
È stato Pier Ferdinando Casini il primo a dire, dall’esterno, che i Democratici non reggerebbero all’onda d’urto di una vittoria renziana. Si sarà fatto quest’idea – sosteneva Europa ieri – parlando con quei deputati dem che stanno vivendo con grande tensione questa vigilia di primarie. Molti di loro sono rimasti impressionati da certe performance di Renzi alle Feste democratiche: «Boati quando diceva che bisogna mandare a casa i vecchi dirigenti. Ed erano boati dei vecchi compagni, eh», si racconta.
È questa l’aria che tira. «Se Renzi pesca anche a Youdem vuol dire che è proprio forte..», scherzava ieri un uomo-chiave dell’apparato del Nazareno riferendosi alla nomina a portavoce di Renzi della
giornalista della televisione del Pd, Antonella Madeo. Ma i sostenitori di Bersani mostrano understatement, il più possibile.
Il segretario è il primo a voler mantenere bassi i toni della polemica («Parliamo dell’Italia») e perfino l’ala più “da combattimento” della sua maggioranza, quella di Rifare l’Italia, nega la possibilità di defezioni in caso di vittoria del primo cittadino fiorentino. «Se le primarie le vince Renzi, voteremo tutti per Renzi e il Pd vincerà le elezioni con Renzi – è netto Matteo Orfini – è un dirigente e un sindaco del Pd ed è legittimato a presentarsi alle primarie. Secondo me, vinceremmo meglio con Bersani, ma questa è la mia opinione». Acqua sul fuoco: «È normale che in questa fase ci sia qualche animo esagitato, ma subito dopo le primarie si calmeranno un po’ tutti».
Il senatore Paolo Nerozzi dichiara esplicitamente di non avere «altre opzioni: l’unica è che Bersani deve vincere». E pare non avere dubbi sull’esito che verrà dai gazebo, Renzi potrà anche avere molti consensi ma l’importante è che non vinca.
Il segretario dei Giovani dem, Fausto Raciti, usa invece tutte le cautele del caso: «Le primarie configurano un patto tra eletti ed elettori e tra gli eletti tra loro – spiega – questo patto ha delle condizioni che devono esser rispettate. La prima: la prospettiva del centrosinistra è il governo del paese e non la prosecuzione dell’esperienza del governo tecnico. La seconda: alle primarie votano gli elettori del centrosinistra. Ci si rivolgererà anche a quelli che in passato hanno votato centrodestra solo prima delle elezioni. Se Renzi vincerà rispettando queste condizioni, sarà il candidato di tutti».
Se in queste ore cresce la popolarità del sindaco di Firenze, per converso monta una reazione uguale e contraria. Le dà voce la Velina rossa: «Ballarò dopo averci dato la Polverini ora ci dà Renzi?»: un paragone certo non gradevole per il sindaco, ridotto a fenomeno televisivo.
L’onda di antipatia, se non peggio, si sostanzia nell’idea che “Matteo” sia una longa manus del berlusconismo o, nella migliore delle ipotesi, un corpo estraneo al Pd. Questa opinione serpeggia in una certa base, per così dire, “tradizionalista” del partito ed emerge nei commenti dei social network, così come nelle dichiarazioni di alcuni dirigenti locali. «Io lo dico da tempo – scrive Francesca Fernanda su Facebook, nel gruppo dall’emblematico titolo “Matteo Renzi, non ti sopportiamo!” – dovesse passare lui, esco io. Tanto alla fine che ci sarebbe di diverso allora tra il centrosinistra e il centrodestra con un bischero del genere a capo? Nulla». E ieri, il Corriere della Sera raccoglieva le opinioni di alcuni esponenti fiorentini del partito di simile tenore.
Un ex che queste cose le conosce, Peppino Caldarola, ha scritto su Linkiesta: «Un moderno partito riformista deve sopravvivere sia quando lo dirige la sinistra sia quando lo dirige, diciamo così, la destra. Nel Labour è così». Nel Labour, appunto.

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