giovedì 6 settembre 2012

Tutti alla Paralimpiade a tifare (e fare silenzio) - Beppe Severgnini su Corriere della Sera

Beppe Severgnini
Domenica, per caso, ho conosciuto i genitori di Martina Caironi, in gara nei 100 metri alla Paralimpiade di Londra. Scendevamo insieme dalla metropolitana a Hackney Central: un accento bergamasco, da quelle parti, è un passaporto. Mi hanno detto chi erano, e perché stavano lì.
Martina ha 22 anni. Nel 2007, in seguito a un incidente in moto, ha perso una gamba: amputazione sopra il ginocchio. Era sportiva e ha deciso di non mollare. Ha cominciato a correre nel 2010 ed è diventata la più veloce del mondo nella sua categoria (T42), diversa da quella del celeberrimo Pistorius, che il ginocchio ce l'ha. «I feel great vibrations», dice in inglese nelle interviste. Ha due occhi chiari che sembrano un mattino sulla Presolana.
Interessante sentir parlare i suoi genitori: orgogliosi, eccitati, ansiosi e scaramantici, in cerca di monetine portafortuna e di bandiere da sventolare. Come qualunque papà e mamma con un figlio in gara. Martina sta al Villaggio olimpico, in mezzo ai ragazzi e alle ragazze della sua età; i famigliari in affitto a Hackney, che non è Mayfair. Si sono pagati tutto: anche i biglietti per lo stadio. Una famiglia orobica nelle strade alternative di Londra. Ma loro, i Caironi, senza tatuaggi e piercing, sono i più alternativi di tutti.
Non è pietismo, questo. È ammirazione, cosa diversa. Come Martina, tanti altri. Pensate a Cecilia Camellini, vent'anni, non vedente, due ori e un bronzo nel nuoto. O a Pamela Pezzutto, friulana, trentunenne: nel 2001 un tamponamento sull'autostrada verso Pordenone l'ha messa su una carrozzina. Nel tennis tavolo perde solo con una cinese, sempre la stessa: Jing Liu. Non ci sarà a Rio de Janeiro, Pamela: si tiene il suo argento e vuole fare un figlio col marito Giuseppe.
Sono storie che mettono i brividi. Altro che disabili: stiamo parlando di superdonne e superuomini. Avrei voluto applaudirli negli stadi, i nostri campioni, non ce l'ho fatta. Tornato a Londra senza
accredito giornalistico, non ho trovato un biglietto.
Dopo due ore di tentativi, ero convinto che il sito www.tickets.london2012.com non funzionasse: qualunque evento era indicato «non disponibile». Per forza, ho scoperto poi: tutto esaurito. Due milioni e mezzo di biglietti venduti. L'intera Gran Bretagna che tifa, applaude e si scatena. Oppure tace, quando serve. Nella Copper Box Arena il pubblico deve restare in assoluto silenzio, durante le gare di Goalball. Si tratta di un gioco inventato da un tedesco e un austriaco nel 1946, per aiutare la riabilitazione dei reduci di guerra con danni alla vista. In seguito è diventato uno sport competitivo.
Tre giocatori per squadra, non vedenti: la palla contiene piccoli campanelli, l'unico modo di capire dove sta andando. Se volete giocare, si può fare: basta bendarsi. L'importante, come dicevamo, è che il pubblico resti in silenzio.
È il silenzio giusto; ma c'è anche un silenzio sbagliato. Tacere della Paralimpiade, per esempio, considerandole come un epilogo patetico e dovuto all'Olimpiade appena conclusa. Nel Regno Unito non hanno commesso questo errore: pubblico, sponsor e media dedicano spazio e tempo alle gare. Non per correttezza politica: perché vendono copie, fanno ascolti e tutti si divertono: atleti e spettatori.

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