martedì 4 settembre 2012

Tutti i credenti del mondo - Aldo Maria Valli su Europa

«Un signore si è avvicinato alla bara e mi ha chiesto di pregare il Padre nostro. Però non se lo ricordava. Allora lo abbiamo recitato insieme. Un altro è venuto, ha detto di essere ateo, poi però ha avvertito il desiderio di confessarsi. Questi sono miracoli. Piccoli, se vogliamo. Anzi, no, sono grandi. Il cardinale è già in azione».
Sorride monsignor Luigi Manganini mentre mi racconta questi episodi. Lui è l’arciprete del Duomo di Milano, ha sostato per ore accanto alla bara, e questi sono i momenti che gli sono rimasti nel cuore. «Martini era vicino a tutti, anche ai cosiddetti lontani, e continua ad esserlo».
In mattinata si scatena la pioggia, ma la gente continua a entrare. Arriva Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. Chiedo: Martini è stato uno sconfitto? «Forse nel breve periodo, ma alla lunga sarà la sua linea ad aver ragione. È la linea del Vangelo, della misericordia, dell’amore».
Arriva monsignor Vincenzo Paglia, adesso “ministro” vaticano per la famiglia, ma da sempre legato a Martini attraverso l’esperienza di Sant’Egidio: «Ricordo il cardinale quando andava ad aiutare i vecchietti a Roma. Lui, studioso, si sentiva in deficit sul piano della carità e voleva riparare».
Arriva la sorella di Martini, Maris, con i nipoti Giulia e Giovanni. Arriva l’ex autista del cardinale, Sandro, che racconta ancora una volta di quanto Martini lo aiutò a cambiare una gomma forata. Arriva il primo ministro Monti, arriva Prodi, arrivano Rosy Bindi, arrivano i ministri cattolici del governo Monti, e poi ecco Casini, e il sindaco Pisapia, e il governatore Formigoni, e Vendola. Le auto blu creano un po’ di scompiglio e qualcuno brontola, ma è solo un istante. Poi tutti in raccoglimento.
«Chi muore nel Signore, col Signore è destinato a risorgere. Per questo la sua morte è un fiorire». Il
cardinale Angelo Scola parla dal pulpito e scandisce le parole. Nel duomo seimila persone, quindicimila fuori. Milleduecento i preti, trentotto i vescovi, dodici i cardinali. Tra loro Angelo Comastri, inviato dal papa. Legge il messaggio di Benedetto XVI: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. Le parole del salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo pastore generoso e fedele della Chiesa. È stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita».
Ma è Tettamanzi, il buon Dionigi, con il suo tocco semplice, a suscitare l’applauso dei fedeli, quando ringrazia Martini: «Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua a intercedere per tutti noi».
Intercedere era il verbo che tanto piaceva a Martini e che amava ricordare a Gerusalemme: «Io qui – diceva – intercedo in senso letterale, cammino in mezzo a tutti, israeliani e palestinesi, e alzo le mani al cielo per chiedere pace».
Tante religioni sono rappresentate all’interno del duomo. Ci sono i musulmani, ci sono i buddhisti. Ci sono i cristiani non cattolici. Gli ebrei hanno portato il loro omaggio prima dei funerali, con parole di gratitudine verso il cardinale che parlò a tutti e tutti ascoltò. Ma sono i fedeli, i semplici fedeli ambrosiani i protagonisti della giornata. Dicono che Martini è rimasto nei loro cuori perché ha segnato le loro vite. Non è sentimentalismo, lo si vede dagli occhi. Il cardinale è stato davvero un maestro per tanti, e i duecentomila che gli hanno reso omaggio, anche stando a lungo in coda, lo hanno testimoniato.
È sempre Tettamanzi a dirlo bene: «Noi ti abbiamo amato, per il tuo sorriso e la tua parola, per il tuo chinarti sulle nostre fragilità e per il tuo sguardo capace di vedere lontano, per la tua fede nei giorni della gioia e in quelli del dolore, per la tua arte di ascoltare e di dare speranza a tutti».
Dice un gesuita che lo conosceva bene, padre Bartolomeo Sorge: «Tutti lo ricordano per i messaggi di carattere sociale e politico, ma lui fu soprattutto uomo di preghiera. Da lì veniva la sua forza. E la sua credibilità».

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