lunedì 8 ottobre 2012

Il nuovo è più impegnativo del vecchio - Pippo Civati

Forse (ma forse) iniziamo a ragionare. Peccato non averlo fatto qualche tempo fa, quando qualcuno pose il problema, e in occasione delle precedenti edizioni della direzione e dell’assemblea nazionale, ma oggi sembrano rendersene conto tutti, dell’urgenza del problema.
A Repubblica, oggi, D’Alema dice: «Se affrontiamo il ricambio come una questione politica, il Pd può e deve gestire il problema». Meglio tardissimo che mai.
Per quanto mi riguarda, se vogliamo «affrontare il ricambio come una questione politica», il percorso è già scritto.
Da una parte, con l’osservanza delle regole dello Statuto, che la stessa Repubblica commenta oggi, anche se l’articolo – incredibilmente – si riferisce all’assemblea nazionale di luglio, quando i nostri ordini del giorno furono preclusi.
Chi ha più di tre mandati, non si ricandida e la democrazia interna è rispettata con rigore, dal momento che le minoranze non andrebbero brutalizzate, ma preservate.
Dall’altra, con un forte cambiamento di prospettiva che riguardi non tanto i singoli (su questo, c’è già chi ha molto fatto e detto, in questi giorni), ma il partito e la sua politica.
Oltre all’«adesso-punto-esclamativo» infatti c’è anche il «dopo-punto-di-domanda»: e il «nuovo» è molto più impegnativo del «vecchio».
Oltre a mandare tutti a casa (sul quale Bersani da quando si è candidato sembra essere d’accordo con Renzi, di qui il nervosismo di altri), bisognerebbe chiarire che cosa si fa esattamente per costruire un partito ospitale, coraggioso, rispettoso della volontà degli elettori (a cominciare dagli esiti dei referendum e dalle leggi di iniziativa popolare), capace di discutere non solo di persone ma anche di cose, di costruire una politica per l’ora ma anche per il prossimo decennio (e che duri un decennio, perché poi i protagonisti dovranno essere altri, perché il ricambio vale prima di tutto per se stessi). Capace soprattutto di selezionare le persone non perché aderiscono a uno schieramento, ma perché
hanno qualcosa da dire e un progetto (anche uno solo) da compiere.
Un partito contemporaneo che opti per l’innovazione come compimento della sua stessa tradizione, un partito che scelga l’ambiente non come tema da convegno, ma come elemento strategico, un partito che sia «avanti» sulle questioni della legalità e che non arrivi dopo, e parecchio in affanno, un partito che sappia interpretare la delusione nei confronti della politica senza il solito riflesso da lesa maestà, che organizzi il consenso tollerando il dissenso, che sappia dire parole chiare sulle scelte fondamentali che riguardano la vita delle persone.
Un partito e una politica che registrino i cambiamenti (per esempio, sugli ammortizzatori sociali, che il mondo è cambiato già vent’anni fa) senza annullare i diritti, ma sapendoli interpretare di nuovo. Un partito e una politica che rispettino la Costituzione sapendo che la Costituzione rispetta i diritti di ciascuno.
Credo che le primarie siano una grande occasione per discutere di tutto questo. Perché il ricambio è «una questione politica», già. E la generazione non riguarda solo l’età delle persone, ma come ripeto da tempo, l’età del mondo intorno a noi. Che è cambiato. Tanto tempo fa.

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