lunedì 8 ottobre 2012

Le regole elementari della buona politica - Imma Battaglia su huffingtonpost.it


Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. La frase forse più nota de "Il Gattopardo", pronunciata da Tancredi prima di affrontare una guerra che avrebbe garantito il mantenimento dei privilegi della classe sociale cui apparteneva, è emblema imperituro della politica italiana.

Una politica che da tempo sta toccando i toni di una pantomima miserrima: l'immagine di una Italietta che offende sempre di più.
Alcuni membri delle istituzioni - chi per furto, chi per falso in bilancio, chi per (reiterati) reati ancora più gravi, incarnati talvolta in fisicità degne delle raffigurazioni satiriche dei vizi capitali - mettono in scena alla perfezione le maschere crapulone e dissolute del teatro di Plauto. Per fortuna, ogni volta, cala dall'alto qualche deus ex machina - si chiami Di Pietro o Polverini, poco importa - e fa piazza pulita della corruzione e del malcostume, promettendo al pubblico che tutto sarà diverso.
Il risultato - finita la lapidazione mediatica dei colpevoli e l'acclamazione del vincitore - è il prolungamento dell'agonia di un sistema non più accettabile.
Se infatti la memoria non mi inganna, facendo una rapida carrellata a ritroso, abbiamo pubblicamente incoronato e decapitato, innalzato e defraudato, a fasi alterne, personaggi come Andreotti, come Craxi, come Di Pietro, talvolta addirittura Berlusconi. Abbiamo dato loro - più o meno responsabilmente - il mandato di fare il bello e il cattivo tempo in Italia, con il nostro territorio, con le nostre risorse economiche, con i poteri dello Stato, con la Costituzione. La stessa delega in bianco è stata lasciata rispetto alla gestione di sistemi complessi come la burocrazia, la giustizia, il finanziamento ai partiti.
Ci eravamo forse illusi che tutto questo fosse altro dalla politica, quasi che potesse esistere una sorta di giusta distanza del sistema dalla politica, per poi accorgerci che non era affatto vero e che la cosa pubblica, se mal gestita, è un boomerang capace di tagliare la testa a tutti. Ma ormai era troppo tardi. Persi a rincorrere le grandi guerre ideologiche, non abbiamo riflettuto abbastanza sul fatto che la
maggior parte delle leggi che regolano la nostra economia (mondiale, non solo italica) si reggono su assurdi matematici, che spesso le grandi aziende fanno profitto proprio sull'irregolarità dei sistemi e che le banche entrano spietatamente nelle politiche economiche per accaparrarsi fette di mercato alimentando la spirale della speculazione.
Che volto dovrebbe avere l'economia in crisi in una democrazia in crisi? Chi si è posto, oggi, questa domanda? Forse per questo, di fronte alla supremazia dell'economia sulla politica inetta e incapace, ci siamo ritrovati soli, spaesati e disarmati. Dopo la Prima Repubblica abbiamo assistito ai controsensi della Seconda e ad un nuovo collasso dei partiti. Nel frattempo il berlusconismo e le televisioni commerciali hanno cambiato il nostro tessuto sociale e le nostre interconnessioni umane. La "lobotomizzazione" mediatica, unita al generale impoverimento culturale, al graduale dissesto dei valori e alla nascita di forme sempre più sfrenate di individualismo, hanno prodotto nel tempo una inarrestabile disgregazione dell'unità familiare e di molte delle reti sociali di supporto quali l'associazionismo e il volontariato.
E tutto questo di fronte al tramonto del potere di aggregazione dei grandi custodi dell'etica e dei valori: la scuola, le istituzioni, la cultura, le ideologie stesse e, perfino, la Chiesa. Quello che resta oggi è un profondo e generalizzato vuoto culturale che il populismo è incapace di colmare. Ci riesce meglio il consumismo: consumo ergo sum; uno contro tutti, vinca il peggiore. Ed ecco che la corruzione è libera di dilagare a tutti i livelli, di permeare le coscienze, con la connivenza dell'impunità.
Eppure tutto doveva essere diverso. Chi è stato l'ultimo che ci aveva promesso il cambiamento? Poco importa: questo slogan è stato il minimo comun denominatore di tutti. Peccato che nessuno sia stato fino ad oggi capace di dargli continuità. Eppure ci vorrebbe davvero poco. Per me è chiaro. Forse perché ragiono da matematica e leggo il mondo in maniera essenziale e l'essenziale - come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne "Il piccolo principe" - a volte è invisibile agli occhi. Eppure dall'essenziale, in periodi aberranti come quello che stiamo vivendo, bisogna ripartire. Riscriviamo adesso, subito - e il mio è un monito rivolto al governo tecnico - le regole della politica e rispettiamole. Tutti.
Solo per fare qualche esempio, che spero non risulti offensivo nella sua semplicità, basata però su criteri manageriali, sottolineo che un buon amministratore deve porre a se stesso e agli altri obiettivi chiari, raggiungibili e misurabili.
Prima regola. Ridurre sotto i tremila euro la retribuzione dei parlamentari garantirebbe alla classe politica un trattamento economico dignitoso e nello stesso tempo eliminerebbe i privilegi della casta e la corsa alle poltrone.
Seconda regola. Tracciare le presenze di parlamentari, consiglieri, etc., attraverso l'utilizzo del badge, come tutti i dipendenti della pubblica amministrazione, renderebbe la politica un mestiere come gli altri, ambìto non in quanto latore di privilegi, ma come missione a servizio dei cittadini e della società.
Terza regola. Monitorare secondo criteri misurabili i risultati del loro operato e digitalizzare i dati rendendoli consultabili da tutti i cittadini migliorerebbe il controllo diffuso da parte della società dell'operato politico e favorirebbe la condanna pubblica dei comportamenti non conformi.
Quarta regola. Limitare il numero di consiglieri, parlamentari, senatori, portaborse costituirebbe un atto di rispetto nei confronti, ad esempio, di chi in questi giorni sta occupando l'ILVA di Taranto ed è posto davanti al dramma di scegliere se morire di malattia a causa di una fabbrica o di fame senza il lavoro.
Quinta regola. Mandare tutti in pensione a settant'anni e limitare la carriera politica a due mandati favorirebbe una salutare alternanza di idee nuove al governo e metterebbe un argine al network delle conoscenze clientelari che alimenta gli scambi di favori protratti nel tempo.
Sesta regola. Applicare per tutti il sistema contributivo per la maturazione delle pensioni abolirebbe definitivamente i vitalizi. Mi permetto di ricordare che molti dei nostri politici sono paradossalmente nello stesso tempo i più pagati e i più inqualificabili dal punto di vista del rendimento in termini di buona politica.
Settima regola. Sottoporre tutte le spese dell'indotto della politica (viaggi, rappresentanza, comunicazione) a parametri specifici, esistenti in tutte le società, di competenza dell'ente responsabile del controllo, garantirebbe una tracciabilità dei soldi pubblici secondo criteri di trasparenza. Un controllo continuo, costante e capillare degli sprechi si rivelerebbe molto efficace sul lungo termine sia in termini di ottimizzazione dei costi che in termini di educazione civica.
Ottava regola. Assumere i portaborse per concorso con procedure che ne attestino la professionalità limiterebbe il ricorso alla rete delle relazioni nelle assunzioni garantendo libero accesso a determinate professioni altrimenti irraggiungibili, oltre a maggiori garanzie contrattuali e all'eliminazione di una fetta consistente di occupazione al nero.
Mi piacerebbe che qualcuno continuasse questo elenco: le mie sono solo semplici proposte. Le elezioni si avvicinano e sappiamo tutti che non basta cambiare la legge elettorale. Per uscire dalla crisi è necessario ricostruire il tessuto dei valori e dell'etica tornando a credere nella cultura del lavoro che vince l'imbroglio e la corruzione. Si tratta di un processo lungo e faticoso in cui devono impegnarsi la famiglia, la chiesa, le istituzioni, le associazioni, la scuola, la politica. All'Italia adesso servono secoli di persone per bene. Ma, se le persone per bene hanno paura e restano fuori dalla politica, ci sarà solo spazio per la corruzione e la disperazione.
Perciò lascio aperte due domande.
La prima: chi ha interesse (e coraggio) a stilare le regole della buona politica?
La seconda: senza le regole e senza la fiducia che ne scaturirebbe, per chi mai si potrà votare?
Lasciateci sperare, tutti insieme, almeno per una volta, che qualcosa possa veramente cambiare.

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