lunedì 1 ottobre 2012

Se gli stipendi dei politici non sono democratici - Nadia Urbinati su Repubblica

Nadia Urbinati
Proviamo a immaginare un giovane alla sua prima e precaria occupazione, con un’entrata che, nel migliore dei casi, si aggira tra ottocento e mille euro al mese. Supponiamo che questo giovane venga eletto consigliere regionale in una regione italiana.
Da un mese all’altro si troverà con uno stipendio decuplicato, e che si aggirerà, nel peggiore dei casi, tra gli ottomila e i diecimila euro al mese. Quel giovane, che aveva probabilmente firmato appelli per denunciare i costi della politica, si troverà di punto in bianco a far parte della casta tanto aborrita. E, a meno che non sia un eroe o un santo, non potrà che seguire la logica dell’interesse, che è normale e di per sé non condannabile: cercherà di conservare fin che può la propria condizione e di non cambiare nulla di ciò che l’ha resa possibile, contrariamente, appunto, al contenuto dei vari appelli firmati prima. Il bravo giovane si troverà a dover difendere lo status quo. Questo caso ipotetico è esemplare delle norme vigenti nel nostro paese, che sono pessime perché mettono automaticamente il cittadino eletto contro il cittadino elettore (il giovane come è oggi contro il giovane come era ieri). Non ci si può scandalizzare di questo, poiché l’interesse ha una sua razionalità.
Appellarsi al senso del dovere è più che legittimo, ma lo è altrettanto pensare di operare in modo che, non violando nessuna norma, la propria condizione vantaggiosa si conservi o migliori. Nessuno direbbe che è razionale fare quanto è in proprio potere per stare peggio. Il problema è abbastanza semplice: ciò che è sbagliato nella vicenda che coinvolge questo ipotetico giovane non è il suo ragionamento ma i soldi che riceve per il suo lavoro politico che sono troppi. Quando la differenza tra stipendi normali e stipendi politici è enorme, è evidente che ogni ragionamento di civismo si scontra con il senso dell’interesse. E quando le norme sono così concepite da mettere l’interesse individuale contro
ciò che è giusto, l’utile contro la giustizia, è pressoché scontato come questo scontro finirà: prevarrà sempre l’interesse e l’utile individuale e ciò non potrà essere accusato di ingiustizia. Semmai, ad essere ingiuste sono le norme che incentivano questo modo di operare, che creano un divorzio fra interesse e giustizia.
Cambiare le norme che mettono l’interesse contro la giustizia significa abbassare decisamente gli stipendi degli eletti. ‘Occorre che l’impegno politico sia un servizio’, si sente dire quotidianamente. Parole sacrosante. Ma perché questo sia non l’opera di santi o di eroi ma di normali cittadini, è necessario che le norme stimolino questo comportamento, ovvero che scoraggino il pensiero di perseguire la carriera politica come un affare. Ma se la differenza introiti è di uno a dieci... la norma fa proprio il contrario: essa induce a considerare e usare la carriera politica come un affare. Il desiderio delle nuove generazioni di entrare in politica, in un momento in cui la società non offre lavoro e la politica offre queste prospettive materiali, deve far preoccupare.
La riforma urgente è quella che fa sì che l’incarico politico sia un servizio onestamente pagato, ma non troppo pagato; poiché solo a questa condizione la politica potrà con meno difficoltà venire associata più facilmente alla responsabilità; solo così verrà scoraggiato chi la ricerca come un affare sapendo in anticipo che comunque non farà guadagni enormi. Insomma, fare in modo che l’essere eletti sia un impegno associato comunque ad alcuni costi correlati, non, come è oggi, a nessun costo e solo a benefici. Questo atteggiamento sarebbe da solo un modo per scoraggiare i peggiori, che non sono mai abbastanza riluttanti, e aprire più spiragli agli onesti, che sono invece riluttanti a entrare in questa politica. Partire dalla ragione dell’interesse è la prospettiva più razionale se si vuol mettere mano a questa che è ormai diventata una questione di una ingiustizia enorme. Ingiustizia, non solo perché mette anche i migliori cittadini nella condizione di non poter ignorare il proprio interesse. Ingiusta per un’altra ragione a questa legata.
Il livello di retribuzioni degli incarichi politici è illegittimo da un punto di vista democratico. Illegittimo non per l’uso improprio di soldi (una questione penale comunque), ma per i livelli di retribuzione. È illegittimo perché incentiva e di fatto crea un sistema di diseguaglianza tra cittadini. Dal momento in cui il nostro bravo giovane è eletto, egli sarà automaticamente catapultato in un altro ceto sociale. Si distaccherà così tanto dalla vita degli ordinari
cittadini che lavorano da fare di tutto per perpetuare la propria condizione, volendo restare al suo posto idealmente per sempre. La sua prospettiva mentale sarà quella del privilegiato. Tutto farà per accrescere la distanza da chi lo ha eletto, con la fatale conseguenza che riuscirà più facilmente a concepire leggi che rientrano in questa logica che a prendere decisioni che favoriscono equamente tutti. Questi livelli di retribuzione degli incarichi politici sono così alti che contribuiscono a creare un clima sociale, ideologico, materiale, e infine dei comportamenti politici negli organismi decisionali, che generano diseguaglianza. 
E questo è un cruciale argomento di legittimità democratica. Come si vede le ragioni dell’interesse bene inteso (che vogliono una vicinanza tra utile individuale e utile generale, non una contrapposizione) e le ragioni della democrazia (che vogliono che la norma non crei artificialmente una classe di cittadini con dei privilegi) vanno nella stessa direzione: quella che ci deve portare a concludere che è necessario ridurre sensibilmente gli stipendi ai politici. Segue poi la parte della normativa che riguarda i controlli delle spese e infine quella che riguarda la repressione dei casi di corruzione o uso improprio di soldi pubblici. Il capitolo della repressione meriterebbe una riflessione a sé. Tuttavia, continuando sulla falsariga della relazione tra interesse e giustizia, pare evidente che adottare la strada, prevedibile, dell’inasprimento delle pene detentive non sarà, ahimé!, un deterrente sufficiente in un paese, come il nostro, dove i tempi della giustizia penale sono lunghissimi. 
Chi usa male il (troppo) denaro sa in anticipo che il rischio è molto inferiore all’utile. Ecco perché oltre che a reprimere è necessario disincentivare, e una strada (non la sola, ma comunque cruciale) è appunto quella di togliere molte delle (troppe) risorse. Fare in modo che il lavoro politico sia un piacere e una vocazione prima di tutto, e non un affare. E predisporre la condizione di partenza per indurre questo comportamento: meno soldi. Dopo di che chi farà della politica un affare privato e abuserà delle risorse sarà punito, come è giusto che sia.

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