giovedì 18 ottobre 2012

Una Carta che non dice - Antonio Funiciello su Europa

Mario Monti e la sua esperienza di governo non faranno parte del massimo comun divisore dell’alleanza dei progressisti costruita sull’asse Bersani-Vendola. Neppure del suo minimo comune multiplo.
Cosa ne farà parte, è complicatissimo dirlo. La Carta di intenti fotografa uno sfondo vago di orientamento, ma non dice nulla sulle scelte concretissime a cui la coalizione dovrà far fronte. Tutto resta confuso, nel peggiore stile “Unione 2006”, e la cosa non rassicura affatto, soprattutto in relazione ai nuovi stringenti obblighi che l’Italia ha sottoscritto in sede comunitaria.
Un esempio. Il governo che nascerà dalle prossime elezioni dovrà diminuire di un ventesimo all’anno la parte di debito che supera la soglia del 60%. In soldi veri fa 45 miliardi di euro il primo anno e, a seguire, una cifra simile negli anni che verranno. Non è vero, come dicono i tribuni della plebe di destra e di sinistra, che ciò comporta manovre annuali ad hoc di pari misura. Come ha spiegato in più occasioni Banca d’Italia, basterà rispettare il pareggio strutturale di bilancio per stare nel meccanismo di riduzione del ventesimo previsto dal fiscal compact. Cioè il Pil dovrà nel 2103 tornare a crescere, come d’altronde previsto, e le politiche del nuovo governo non dovranno creare ulteriore indebitamento.
È questo un obiettivo, uno dei tanti, su cui il futuro governo di Pd, Sel, Psi, Verdi, Radicali e Idv (l’hanno capito anche i bambini dell’asilo che alla fine rientra anche Di Pietro...) dovrebbe avere le idee chiare. Dal momento che è impossibile pensare seriamente che, dopo l’approvazione del fiscal compact da parte della Germania (con voto favorevole dell’Spd) e della Francia del socialista Hollande, qualcuno creda di poter andare a rinegoziare. Espressione chiave: «rinegoziare con l’Europa». Nel centrosinistra ormai la si usa come nella campagna elettorale del 2006 si pretendeva di finanziare ogni proposta di
quella assurda coalizione con la «reintroduzione della tassa di successione».
Nelle primarie di partito quello che tiene insieme i competitori è il partito e la sua politica. Solido, liquido, gassoso, quale che sia il suo stato materiale, il partito (e la sua politica) è quanto dà forma al conflitto, quanto incanala e indirizza il conflitto verso una risoluzione che giovi al partito stesso. E che giovi pure ai contendenti. Un conflitto fine a sé, non governato dal partito, può conoscere una conclusione solo dopo l’annientamento di tutti i contendenti da parte dell’unico che resta in piedi. Il quale, però, si ritroverebbe a muoversi tra le macerie, non potendo contare sul supporto degli annientati sconfitti.
A guardare bene, è proprio il partito (la sua storia, il ruolo sociale, la sua organizzazione, il modo in cui è stato al governo o all’opposizione) a garantire l’esito positivo della competizione interna, più che la sua politica. Data, cioè, la condivisione di ideali di fondo, spetta al vincitore delle primarie di partito far sentire la sua mano nelle scelte particolari che discenderanno dalla condivisone generale del comune universo di valori. È proprio l’essere parti di uno stesso partito che garantisce la ricomposizione dello scontro, perché tale ricomposizione conviene a tutte le parti che allo scontro partecipano. Un sano elemento egoistico di convenienza, dunque, che ben si associa al senso collettivo di comunità proprio di un partito.
Nelle primarie di coalizione il ruolo svolto dal partito non può essere svolto dalla coalizione. Per una ragione ovvia: quale che sia la legge con cui voteremo (anche il super Porcellum allo studio in queste ore), l’idea stessa di “coalizione” reca con sé il germe della competizione interna, prima, durante e dopo il voto. Pur ammettendo che Bersani e Renzi si fidino l’uno dell’altro, sia Vendola, sia Tabacci, sia candidati di altri partiti, nella competizione elettorale lavoreranno per distinguersi dal Pd e dalle sue proposte. Lo stanno già facendo ed è naturale che lo facciano.
Se allora la coalizione non potrà garantire una qualche risoluzione positiva dello scontro delle primarie, sarà indispensabile che i contendenti affidino alla politica questo compito. E qui le cose si complicano.
Al momento è impossibile capire quale sia il massimo comun divisore politico che tiene insieme tutto. Nel 2006 l’Unione non possedeva questo massimo comun divisore. Si accontentò del minimo comune multiplo dell’antiberlusconismo e dopo un anno e mezzo finì a gambe all’aria. Oggi che l’antiberlusconismo non è più disponibile, ci vorrebbe uno sforzo per capire come si pensa di governare insieme l’Italia. Un piccolo particolare finora ignorato.

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